
Il 31 maggio è passato. Per le PMI manifatturiere italiane il difficile inizia adesso.
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Luglio 1, 2026Il 16 luglio 2026 scade il primo versamento al Fondo di Tesoreria INPS per le imprese che nel 2025 hanno avuto in media almeno 60 dipendenti. È la conseguenza diretta di una riforma che la Legge di Bilancio 2026 ha introdotto quasi in silenzio, e che cambia il criterio con cui si stabilisce dove finisce il trattamento di fine rapporto maturato dai lavoratori. Per la prima volta da quindici anni quella soglia non si controlla una volta sola, ma ogni anno.
Letta come adempimento, è una pratica contributiva in più da gestire. Letta come la legge chi guida un’impresa che cresce, è qualcosa di diverso: la fine di una fonte di liquidità interna che molte PMI manifatturiere usano da sempre senza averla mai chiamata così.

Cosa cambia dal 2026
Fino a oggi una PMI poteva trattenere il TFR dei propri dipendenti per tutta la vita dell’azienda, perché la condizione dimensionale che obbliga a versarlo al Fondo di Tesoreria si verificava una volta sola, all’inizio dell’attività. La Legge di Bilancio 2026 ha cambiato proprio questo punto.
L’INPS, con la circolare n. 12 del febbraio 2026, ha spiegato il nuovo meccanismo. La soglia si verifica ogni anno, sulla media dei dipendenti dell’anno precedente, e si abbassa per gradini: 60 addetti nel biennio 2026–2027, 50 dal 2028 al 2031, 40 a partire dal 2032. Quando l’organico medio supera quel limite, il TFR che matura da quel momento non resta più nelle casse dell’impresa, ma viene versato mensilmente all’INPS, che lo custodisce e lo restituirà al lavoratore con la stessa rivalutazione di legge.
C’è un dettaglio che pesa più di quanto sembri. Una volta entrati nel perimetro del Fondo, non si esce. Anche se l’anno successivo l’organico cala sotto la soglia, l’obbligo resta. La porta gira in un solo verso.
La scadenza del 16 luglio
Per le aziende che al 31 dicembre 2025 avevano una media di almeno 60 dipendenti, l’obbligo è già scattato dal 1° gennaio 2026. Le quote di TFR maturate nel primo semestre vanno versate al Fondo di Tesoreria, e il termine inizialmente fissato al 16 maggio è stato spostato. Il Decreto Primo Maggio lo ha portato al 16 luglio 2026, senza sanzioni, interessi o somme aggiuntive per chi regolarizza entro quella data. Lo ha confermato l’INPS con il messaggio n. 1511.
Vale la pena precisare cosa rientra nella regola e cosa no, perché qui si separano due tipi di azienda. La norma riguarda il TFR ordinario, quello disciplinato dall’articolo 2120 del Codice Civile. Non tocca il TFR già destinato alla previdenza complementare, che segue un percorso diverso e non transita dal Fondo. Chi ha già una cultura di gestione del TFR si trova metà del problema risolto. Chi lo ha sempre lasciato fermo in bilancio scopre adesso che era una scelta, non un dato di natura.
Il TFR è liquidità, non una riga di bilancio
Per capire cosa si sta perdendo conviene smettere di leggere il TFR come una voce del passivo e iniziare a leggerlo come una forma di finanziamento. Ogni anno il TFR matura in misura di circa una mensilità per dipendente e resta in azienda finché il rapporto di lavoro dura. Si rivaluta secondo un meccanismo fisso, l’1,5% più il 75% dell’inflazione misurata dall’ISTAT, e su quella rivalutazione si applica un’imposta sostitutiva del 17%.
Finché quel denaro resta in azienda non è fermo: paga fornitori, finanzia il magazzino, copre il capitale circolante. Non comporta un’uscita di cassa immediata, perché il debito si salda solo quando una persona lascia l’azienda. È, a tutti gli effetti, capitale di funzionamento, con una caratteristica che nessun finanziamento bancario ha: non lo si chiede, arriva da solo con la crescita dell’organico.
Quanto costa questa liquidità? Con l’inflazione che la Banca Centrale Europea stima intorno al 2,6% per il 2026, la rivalutazione lorda del TFR si colloca poco sopra il 3% annuo. Messo accanto al costo del credito per una PMI, che parte dal tasso di rifinanziamento principale della BCE e a cui le banche aggiungono spread, istruttoria e garanzie, è denaro a buon mercato. Con un limite preciso, che troppi dimenticano: è denaro preso in prestito dai propri dipendenti, e prima o poi va restituito. Trattarlo come liquidità gratuita è il modo più rapido per trovarsi senza cassa il trimestre in cui tre persone vanno in pensione insieme.
Quello che la crescita porta via
Qui i due fenomeni si incontrano, e quasi nessuno li mette sullo stesso foglio. Una PMI manifatturiera o impiantistica che cresce ha bisogno di sempre più capitale circolante: più commesse significano più anticipi ai fornitori, più magazzino, più crediti da incassare prima di vedere i ricavi. Nel momento esatto in cui questo fabbisogno aumenta, la riforma del Fondo di Tesoreria toglie all’azienda una delle fonti interne che lo coprivano. Il fabbisogno netto da finanziare con la banca non cresce una volta, cresce due.
Serve una distinzione che gli articoli tecnici non fanno mai. La norma non impone di ottimizzare nulla, né di pianificare. Impone soltanto il versamento al superamento della soglia. Ma l’esercizio di capire dove ci si trova rispetto a quei limiti porta inevitabilmente il CEO a una domanda che è di direzione, non di amministrazione: quanta della liquidità che oggi fa funzionare l’azienda dipende da una fonte che la crescita sta per chiudere?
Cosa fare adesso, in ordine
Le azioni concrete sono poche e si possono mettere in fila.
Primo, verificare la media dei dipendenti del 2025 e la posizione rispetto alla soglia dei 60. Se l’obbligo è scattato, il versamento delle quote del primo semestre va completato entro il 16 luglio.
Secondo, guardare avanti. Le soglie scendono a 50 dal 2028 e a 40 dal 2032: un’azienda che oggi ha 45 dipendenti e cresce sa già che entrerà nel perimetro, e può inserirlo nel piano finanziario invece di scoprirlo a consuntivo.
Terzo, mettere il TFR tra le variabili del fabbisogno finanziario a due o tre anni, non tra le righe che si chiudono a fine esercizio. Significa stimare quanta liquidità interna verrà a mancare e quanta andrà sostituita con il credito, prima che serva.
Quarto, capire come le scelte dei dipendenti sulla previdenza complementare modificano la quota di TFR che resta in azienda, perché quella quota cambia i conti di tutti i punti precedenti.
La decisione che resta al CEO
Il consulente del lavoro eseguirà il versamento, inserirà il codice giusto e rispetterà la scadenza. È il suo mestiere. Ma la lettura dell’impatto sulla cassa, sul rapporto tra debito e capitale e sulla capacità di investire nei prossimi due anni non è una pratica contributiva, è una decisione di direzione, e appartiene a chi guida l’azienda.
La riforma chiede solo un versamento. Il CEO che si limita a versare lascia che a leggere i suoi numeri sia una scadenza. Il CEO che inserisce il TFR nel piano finanziario sa oggi, con un anno di anticipo, quanta liquidità la crescita gli toglierà e quanta dovrà chiederne alla banca. La differenza tra le due aziende non si vede a fine mese. Si vede il giorno in cui serve cassa per una commessa, e la cassa non c’è.



